Non sopra, non attorno — ma dentro le venature. Le nubi, piegate in spirali di memoria liquida, ruotavano su se stesse come cicatrici del tempo che non guariva mai del tutto. Ogni goccia sospesa ricordava una parola non detta tra due voci che avevano imparato a tacere.

Un uccello — forse il medesimo di ogni sogno — ruotava tre volte sul punto dove l’aria diventa sguardo. Nessuno lo vide, eppure qualcuno ne sentì il peso: un battito solo, dilatato sino a diventare geologia.

Nella radura, l’erba si piegò in diagonale — come un pensiero che cambia posto senza cambiare verso. L’uomo, o la sua ipotesi, guardò la linea che separava il suono dal ricordo e comprese: non c’è differenza tra ciò che cresce e ciò che scompare, solo un ritmo che si ascolta da entrambi i lati del silenzio.


Fu lì in quel turbinio caldo e primordiale che per la prima volta venne a manifestarsi.

Egli non indossava maschera. Egli stesso era la maschera. La figura.

Immobile mentre tutto intorno a lui si muoveva, e il suo volto appariva difficilmente configurabile in uno schema concettuale. Avvicinandosi — o forse allontanandosi, poiché le due cose erano la stessa — sentiva il proprio centro dissolversi nel ritmo di qualcosa che non si poteva chiamare incontro. Era una manifestazione. La figura gli tendeva tutto ciò che poteva esistere, ma non gli prometteva nulla.

Solo un varco, un respiro condiviso tra il possibile e l’ignoto.

il mistero non va decifrato, va abitato